– di Gianluca Montinaro
Sansonina è la cantina creata da Carla Prosperi, moglie di Sergio Zenato, nella seconda metà degli anni Novanta. Qui, sulla sponda Sud del Lago di Garda – terra vocata alla produzione di vini bianchi, la celebre Lugana (la cui fortuna si deve proprio alla famiglia Zenato) – c’era un’antica cascina che, nei tempi passati, pare fosse abitata da una donna, soprannominata Sansonina per la sua forza e determinazione.
Carla ha acquisito questa proprietà e, come la Sansonina, con risolutezza ha ‘immaginato’ una ipotesi ‘differente’ di vitivinicoltura. Non un bianco, ma un grande rosso a base Merlot. Nei pressi della tenuta – infatti – il terreno, di antica origine glaciale, ben si presta alla coltivazione di quest’uva bordolese: è ricco di argilla e limo in superficie, e molto calcareo in profondità.

Dal 1997 Sansonina (questo il nome dell’eponimo vino) racconta questa sfida: e lo fa con risultati importanti, talvolta straordinari, come abbiamo avuto modo di scrivere in un precedente articolo dedicato a una verticale completa di tutte le annate. Nel corso degli anni a Sansonina si sono poi affiancate altre etichette: Evaluna (a base di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc) e, sul fronte dei bianchi, due Lugana, di cui uno, assai interessante e identitario, a fermentazione spontanea con lieviti indigeni.

Ma il cammino di Sansonina non si è fermato qui: nel tempo a Carla si è affiancata sua figlia Nadia, che ha dato nuovo impulso a Sansonina; nel 2023 l’azienda è diventata biologica certificata; nel 2025 è stato presentato il progetto Sansonina in Laguna (cento magnum di Lugana affinati fra le maree della Giudecca per sedici mesi); e, da pochissimi giorni, è stata svelata un’ulteriore etichetta: MariaSole, annata 2021. Si tratta di un Veneto Bianco Igt a base di Riesling Renano (67%) e Turbiana di Lugana (33%), dedicato a Maria Sole, la figlia di Nadia Zenato, nata proprio nel 2021. Il vino, che ha affinato in barrique, ha la particolarità di aver subito frequenti bâtonnage. Quest’operazione, che porta i lieviti in sospensione, ha donato al vino una struttura ampia, un bel corpo e una profondità inusitata, ulteriormente accentuata da un ulteriore lungo affinamento in vetro.
Se il coloro è giallo dorato, carico e brillante, è poi il naso a conquistare: ricco e sontuoso si muove da sensazioni di frutta a polpa e di agrume (bello il bergamotto) a un bel bouquet floreale (dominato dal gelsomino e dall’acacia), passando per lievi sensazioni di spezie dolci e dalla possente mineralità tipica del Riesling. Il sorso è pieno e ricco, ritmato da una ottima acidità, allungato da una elegante mineralità, e intrecciato a sensazioni di medio calore alcolico e da una buona morbidezza. Equilibrato ed estremamente lungo, MariaSole chiude con pulizia e soddisfazione.

Ma non è tutto. A rendere speciale MariaSole è anche la bottiglia: ne sono state approntate solo novecento, numerate, racchiuse in trecento eleganti cofanetti di legno. Su ognuna delle tre bottiglie che compongono il cofanetto è stata apposta una particolare animula: una sorta di «piccola anima delicata» che idealmente si rifà all’«animula vagula blandula» dei versi adrianei che aprono le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Le tre animule di MariaSole sono opera di Claudia Losi e sono state immaginate come «forme bianche, pure e misteriose, ispirate da gesti, suoni e frammenti raccolti durante un incontro profondo con il mondo» tutto femminile di Sansonina, scandito oggi da tre generazioni: Carla, Nadia, Maria Sole. Queste animule sono fatte di carta e rappresentano esseri ibridi, a metà fra animali e animali-umani: «riecheggiano gli spiriti dei boschi, hanno l’intuito acuto dei folletti, la saggezza delle ninfee mediterranee». Sono ispirate alla figura di Artemide, dea dei boschi e della caccia, e immaginano, con la loro iconografia, «una versione alternativa del selvatico e del processo di metamorfosi».
«La prima scena ritrae un cervo e un’animula nell’atto di guardarsi, di conoscersi, o come potrebbe far pensare la mano aperta rivolta in avanti, nell’atto di accarezzare il muso dell’animale. Nella versione dell’iconografia di Artemide proposta dalla Losi, l’antico mito viene disarmato della sua crudeltà: la dea non è più cacciatrice, non brandisce armi, e sceglie invece un incontro gentile con l’animale. Rispetto al mito antico, l’interpretazione dell’artista riprende la tradizione rinascimentale e barocca, dove l’animale non è più preda ma un compagno sacro, celebrato al fianco della dea. La dea non sottomette la natura, la accoglie, la incorpora e si trasforma nella custode di un nuovo patto con la natura, dove il femminile non predatorio sostituisce il linguaggio della caccia con quello della complicità. Nella rappresentazione di Claudia Losi sembra impossibile distinguere la preda dal predatore, l’accudito da cui accudisce creando un andirivieni continuo che rifiuti i ruoli stabili e ci porta a riflettere sulla mutevolezza dei nostri ruoli.

La seconda scena rappresenta due figure femminili, colte nell’atto di darsi le spalle. Entrambe hanno chiome maestose, una ha i capelli infuocati ed è colta nel momento in cui soffia via un bacio, mentre l’altra ha corna di cervo al posto dei capelli e una mano rivolta all’esterno. Qui la chioma infuocata e le corna di cervo non sono semplici ornamenti, ma marchi di un’identità ibrida, un corpo selvatico che non viene domato ma accolto. Dai serpenti di Medusa fino alla Shahmaran curda, è nei capelli che si è sempre manifestata la forza femminile ed è sulla chioma che si concentra un immaginario estetico irriverente e fortemente generativo.
Nella terza scena tornano protagoniste due figure femminili e il trittico si apre a un registro giocoso: due spiritelle gemelle, dandosi le spalle fanno la pernacchia e dai capelli si sprigionano raggi di fiamme. L’energia del fuoco non è minaccia, o forza da domare, ma un gioco e le spiritelle disturbano l’aria con la leggerezza dei dispettosi, una vitalità che arde senza distruggere, che scalda e diverte, mostrando come il femminile possa esprimersi non solo nella cura solenne, ma anche nella libertà del riso e dello scherzo.
Il trittico della Losi dedicato al selvatico e all’iconografia di Artemide si spoglia delle componenti violente della sopraffazione umana per farsi emblema di rispetto e riconciliazione fra specie diverse, trasfigurando, con sensibilità tutta femminile, il senso e la morale del mito antico».
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