CopertinaIsoleOlena

– di Gianluca Montinaro

Isole e Olena non è un nome di fantasia. Sono due piccoli borghi, immersi nelle colline e nei boschi del Chianti Classico, sul versante occidentale della denominazione, a poco più di quattrocento metri d’altitudine. Di Olena parlano già alcuni documenti del 1072. Per secoli i due nuclei, poco distanti l’uno dall’altro, sono vissuti di mezzadria: case coloniche, famiglie numerose, il podere come unità di vita e di lavoro, la piccola chiesa con il campanile in pietra come centro della comunità. Allora vi abitavano, rispettivamente, una sessantina e un’ottantina di persone.

La straordinaria vista che si gode dalla tenuta di Isole e Olena guardando verso Ovest. Sulla linea d’orizzonte le Colline Metallifere oltre le quali c’è il Mar Tirreno

Nel 1956 la proprietà fu acquistata dall’avvocato piemontese Francesco De Marchi. Ma la storia moderna della tenuta comincia nel 1976, quando a guidarla arrivò il figlio Paolo: venticinque anni e tanti sogni. Era un periodo difficile. La fine della mezzadria aveva svuotato i borghi, e molti nuovi proprietari, spesso industriali giunti da fuori, avevano reimpiantato le vigne ‘a rittochino’, con i filari tracciati dall’alto in basso lungo la massima pendenza: una scelta che rendeva possibile la meccanizzazione e faceva risparmiare ore di lavoro, ma che impoveriva il suolo, esposto all’erosione. Paolo De Marchi andò in direzione opposta. Credeva nella qualità della terra e nell’equilibrio dell’ecosistema, e su quella convinzione costruì tutto il resto. Per quasi mezzo secolo, grazie a lui, il nome di Isole e Olena è stato fra i più autorevoli dell’intero Chianti Classico: in Italia e all’estero.

Una parte delle vigne che circondano il borgo di Isole, dove si trova la cantina di vinificazione

Anche il vino, del resto, andava ripensato. Il Chianti si faceva ancora secondo la ‘ricetta’ del barone Bettino Ricasoli, che prevedeva una parte di uve bianche nel blend. De Marchi portò il Sangiovese al massimo consentito, limitando il Trebbiano al 15% e completando l’uvaggio con Canaiolo e un poco di Syrah, da una piccola vigna piantata proprio nel 1976. Con le uve bianche rimaste provò a fare un Trebbiano in purezza, il Bianco di Olena: il risultato non lo convinse, e non lo mise mai in vendita. Nel 1981 sovrainnestò lo Chardonnay sul Trebbiano e, l’anno successivo, lo vinificò a parte. Il vino fu una rivelazione. De Marchi andò in Borgogna, dal sommo Rousseau, a imparare e, nel 1983, a trentadue anni, impiantò la sua prima vigna di Chardonnay su un appezzamento di due ettari e mezzo esposto a Nord (scelta che allora pareva un controsenso), su suolo di galestro attraversato da vene calcaree e disseminato di sassi di pietra forte. In zona lo presero per matto: quel campo lo chiamavano Campacci, perché non vi cresceva nulla. Da quella terra è nata invece una delle eccelse interpretazioni dello Chardonnay nel nostro Paese. Oggi, a Isole e Olena, lo Chardonnay occupa sei ettari e mezzo, tutti scelti con le stesse caratteristiche della vigna Campacci e tutti piantati con materiale di selezione massale di origine borgognona.

L’antico borgo di Isole

Nel frattempo, nel 1980, era nato Cepparello, il vino che prende il nome dal torrente che scorre sotto la tenuta e che avrebbe reso Isole e Olena celebre nel mondo. L’idea era semplice e, per l’epoca, rivoluzionaria: un Sangiovese in purezza, ottenuto da una selezione dei grappoli migliori, vinificati separatamente in tini troncoconici, capace di mostrare tutto il potenziale del vitigno senza i vincoli del disciplinare. Fu uno dei vini simbolo della stagione dei Supertuscan. E su Cepparello nacque anche la prima selezione massale della casa, insieme alle altre intuizioni che De Marchi portò in vigna: l’alta densità d’impianto, la potatura attenta, il lavoro quasi tutto manuale.

L’ingresso, su una magnifica terrazza, alla cantina Isole e Olena

La tenuta conta oggi 56 ettari di vigneto (divisi in tredici appezzamenti), sedici ettari di oliveto e circa duecentocinquanta ettari di bosco. Una cintura verde che circonda le vigne e le separa da quelle dei vicini («sono isolate da tutto», osserva Emanuele Reolon, che dirige oggi l’azienda), e crea un microclima diverso per ciascuna. Il Tirreno, a un’ottantina di chilometri, manda brezze che rendono il clima più ventilato e ne mitigano umidità e temperature. I suoli, antichi, sono ricchi di alberese e di galestro. L’età media delle viti è di trentacinque anni; la vigna più vecchia, Scopeto, due ettari piantati nel 1968, custodisce i cloni più antichi di Sangiovese, insieme alla Malvasia e al Trebbiano destinati al Vin Santo. Il 60% dei vigneti è su terrazze. I vini, da sempre, portano il segno di questi luoghi ‘benedetti’: freschezza, definizione, longevità.

Campacci…

Nel 2022, dopo quasi cinquant’anni alla guida della tenuta e senza eredi interessati a proseguire, Paolo De Marchi ha ceduto Isole e Olena al Gruppo Epi, la holding della famiglia Descours, che in Italia possiede anche Biondi-Santi e in Francia, fra le altre, Charles Heidsieck, Piper-Heidsieck e Tardieu-Laurent. Il passaggio non era privo di rischi. Pochi produttori hanno dato ai propri vini un’impronta così personale, e immaginarli senza il loro ‘creatore’ non era facile. Eppure la continuità è stata la prima scelta del nuovo corso: nel solco dello stile e degli insegnamenti del passato, ma con lo sguardo rivolto alle sfide del futuro.

…la vigna esposta a Nord, che poggia su un terreno calcareo nel quale abbonda la pietra forte…

Il giovane e preparatissimo Emanuele Reolon riassume la filosofia del nuovo corso in tre concetti. Il primo è, appunto, la continuità nel «fare le cose per bene». Il secondo è la terra: le vigne sono state suddivise in parcelle secondo le variazioni del suolo (alberese, galestro con ossidi di ferro e di manganese, quarzo, calcare, pietra forte…), e ogni parcella è vendemmiata e vinificata separatamente. Oggi sono una quarantina; ma l’obiettivo è arrivare a cento. Le vigne più basse stanno a trecentocinquanta metri, le più alte a cinquecento; alcune sono circondate dal bosco, altre dagli olivi, in un mosaico di esposizioni e terreni che cambia di continuo. Per Reolon non è un problema da gestire ma è la vera ricchezza di Isole e Olena: perché ogni singola unicità si deve poter esprimere al meglio. Il terzo concetto si vede nella gestione delle vigne: quelle nuove sono piantate (esclusivamente con i dodici cloni originari trovati a Isole e Olena) su terreni terrazzati sostenuti da muretti a secco, costruiti a mano con i sassi di galestro della stessa collina, mentre per quelle vecchie, anche le più piccole, si stanno restaurando i terrazzamenti e i muretti esistenti: «non tanto in funzione della produzione quanto – spiega Reolon – per il recupero del territorio».

…ove Paolo De Marchi, in modo visionario, ha piantato la prima vigna di Chardonnay, all’inizio degli anni Ottanta

Anche in cantina lo stile resta quello tradizionale. Se le operazioni in vigna rimangono manuali, pure manuale è quasi tutto il lavoro in cantina. Le uve Sangiovese vengono diraspate ma non pigiate, così che la macerazione avvenga ad acino intero (evitando quindi il pericolo che i vinaccioli possano rilasciare amarezze e astringenze). Uguale delicatezza è utilizzata durante la fermentazione, che avviene in acciaio: poche movimentazioni, nessun rimontaggio, il cappello appena inumidito, e temperature che non superano i venti gradi. La vinificazione, per le parcelle destinate al Chianti Classico, dura all’incirca due settimane, e per l’affinamento si usa anche rovere austriaco. Discorso differente per Cepparello: le uve destinate a questa etichetta sono frutto di una selezione in vigna, parcella per parcella. Accuratamente diraspate, fermentano in modo leggero per circa tre settimane, senza controllo della temperatura. A Cepparello va destinato solo il vino fiore, mentre il pressato finisce nel Chianti Classico. Ma, come ama ricordare Reolon, «Isole e Olena è una società di Sangiovesi»: le scelte decisive si compiono solo al momento dell’assaggio, alla cieca, tutti i diversi lotti vengono degustati senza conoscerne né la provenienza né la quantità, per comporre gli assemblaggi definitivi (all’incirca l’80% del Sangiovese di Isole e Olena viene destinato al Chianti Classico e solo il 20% a Cepparello).

La facciata della chiesa (ancora consacrata) del borgo di Olena

La degustazione comincia dallo Chardonnay 2024 (fino a due anni fa faceva parte della linea «Collezione Privata», insieme al Cabernet Sauvignon e al Syrah). Le uve, da quattordici parcelle, macerano qualche ora per estrarre dalle bucce i precursori aromatici, poi fermentano in barrique e tonneau; segue un mese e mezzo di bâtonnage, e quindi il roulage per tenere le fecce in sospensione. Dopo dieci mesi i lotti sono assaggiati alla cieca: solo i migliori vanno a comporre il vino, che riposa sei mesi in bottiglia. Due novità introdotte da Reolon: prima non si usavano i tonneau, né si assaggiava alla cieca. L’annata 2024, fresca e piovosa, si sente. Nel bicchiere il vino si presenta di un giallo paglierino luminoso. Il naso è algido e balsamico, con la pietra focaia in primo piano, poi i fiori bianchi (tiglio e gelsomino), la pesca e le spezie bianche. La bocca è di corpo medio ma di ampiezza imponente, con l’acidità e la mineralità che si rincorrono in un sorso di lunghezza infinita, di rarefatta intensità, di enorme persistenza e di eccellenza senza eguali, che trova poi, nella struttura polialcolica, equilibrata conclusione.

Una delle vigne di Isole e Olena…

Anche il Chianti Classico ben rappresenta l’annata 2024 (Sangiovese 90% e Canaiolo 10%) che, con il suo settembre piovoso, ha costretto a togliere dalle piante il 50% dell’uva e a sfogliarle per far asciugare i grappoli; la raccolta è avvenuta il 10 ottobre, con zuccheri bassi e acidità alte. Il risultato è un Chianti Classico di stampo tradizionale, che privilegia vivacità e prontezza. Il naso offre mora e ciliegia, viola e pepe bianco. Il sorso è scattante e minerale, di medio calore e di ottima definizione, con un’acidità ben marcata bilanciata da polialcoli fini e cesellati.

…nella quale Emanuele Reolon sta facendo ricostruire gli antichi muretti a secco, che delimitano le terrazze

Cepparello 2023 è, per usare le parole di Reolon, una «selezione della selezione della selezione». Come scritto poco sopra le uve sono selezionate parcella per parcella. È poi selezionato solo il vino fiore. E, dopo l’affinamento (che dura un anno, in legni francesi di diverse taglie: tonneau da seicento litri a tostatura leggera, barrique e botticelle da dodici ettolitri, con un 30% di legno nuovo), c’è la terza selezione: i lotti sono assaggiati alla cieca e solo i migliori sono destinati a Cepparello. Il vino riposa quindi sei mesi in tino prima dell’imbottigliamento. Anche qui il metodo è cambiato: prima si usavano pochi tonneau e non si effettuava la selezione finale. Nel bicchiere Cepparello appare di un rubino vivo e profondo. Il naso è pieno e rotondo: frutti di bosco, una viola finissima, arancia rossa, sfumature balsamiche, erbacee e speziate. In bocca è golosissimo, con l’acidità e la mineralità in grande equilibrio con il calore alcolico e la struttura. Il sorso, salino, è lungo e di straordinaria imponenza ed eleganza.

Dalle vigne di Isole e Olena, tutte circondate da boschi e quindi isolate dagli altri produttori, si possono vedere in lontananza appezzamenti di proprietà di altre cantine, piantati con la tecnica del ‘rittochino’

Chiude il Vin Santo del Chianti Classico 2012 (produzione limitatissima: appena tremila mezze bottiglie), da Malvasia e Trebbiano, rimasto tredici anni in caratello. Per comporre il taglio se ne assaggiano una trentina, con l’obiettivo di creare un vino il cui residuo zuccherino sia mantenuto sotto i duecento grammi per litro, cosicché l’acidità possa esprimersi e tenere vivo il sorso. Di colore ambra brillante, ha un naso sfaccettato e plurimo, con note di smalto e di salmastro, di marmellata di mele cotogne, di chinotto, di mandarino tostato, di buccia d’arancia candita. In bocca regale e sontuoso, dolce ma vivo, ampio senza essere stucchevole, con una inusitata tensione in centro e in fondo di bocca. La lunghezza retronasale è sorprendente, intessuta di molteplici richiami che, al ventaglio aromatico, aggiungono il fondo di caffè, il mallo di noce e la mandorla.

  • Isole e Olena
  • Località Isole, 1
  • Barberino Tavarnelle (FI)
  • Tel. 055.8072763
  • www.isoleeolena.it
  • info@isoleeolena.it
All’interno di ogni vigna c’è una grande varietà di suoli…
…che compongono un mosaico complesso: galestro, alberese, pietra forte, mescolati a sabbia, argilla e calcare
Un’altra vigna di Isole e Olena, con i terrazzamenti sostenuti da muretti a secco
Una meravigliosa vista di una parte delle vigne di Isole e Olena, con il borgo di Olena sulla destra
Nella barricaia principale riposano i vini rossi…
…Chianti Classico, Cepparello, e il Cabernet Sauvignon e il Syrah di quella che prima era denominata «Collezione Privata» (questi ultimi due vini, probabilmente, in futuro non saranno più prodotti)
La seconda barricaia, su idea di Emanuele Reolon, è invece dedicata esclusivamente allo Chardonnay
La batteria dei vini degustati…
…Chardonnay 2024; Chianti Classico 2024; Cepparello 2023; Vin Santo del Chianti Classico 2012