– di Gianluca Montinaro
Nello scorrere dei giorni diamo per scontate tante cose. Fra le quali anche la presenza, rassicurante seppur distante, di quelle persone che (non necessariamente congiunte) – per noi – sono ‘importanti’: quelle persone che ci hanno ‘segnato dentro’, contribuendo a plasmare la nostra personalità, la nostra sensibilità, il nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Quando una di queste persone se ne va ci lascia in un profondo smarrimento. Certo, ci sono i ricordi, i sentimenti, i sorrisi… tutto ciò che con il tempo aiuta a dare un senso, almeno parziale, a quella perdita. Ma quella perdita rimane: e annichilisce tutto, anche le parole per esprimere il dolore, anche il dolore stesso.
La perdita di Nadia Santini lascia attoniti: mi lascia attonito. Perché la famiglia Santini è, per me, la mia seconda famiglia: quell’insieme di persone con le quali, per i casi fortuiti della vita (o per superiore disegno), mi sono trovato a condividere un pezzo della mia esistenza. Un pezzo ormai molto lungo: ovvero da quando – ero solo un ragazzo – ho varcato per la prima volta la soglia di Dal Pescatore.

Da quel momento (e sono passati ben più di tre decenni) Nadia e Antonio, Giovanni e Alberto, e poi Valentina e in ultimo Lorenzo, sono sempre più entrati nella mia vita. Diventando via via conoscenti, e poi amici, e poi punti di riferimento. Per una parola. Per un consiglio. Per un incoraggiamento. Per un confronto. Ovvero per tutto ciò che di vero e di umano rende la vita degna.
Non voglio qui scrivere delle doti di cuoca di Nadia. Sono state celebrate, e giustamente continueranno a esserlo. E – mi auguro – per tanti anni a venire saranno sempre ben ricordate, insegnate e prese a esempio. No, non è di una professionista, la più grande che l’Italia abbia mai avuto nel mondo della cucina, che voglio dire.
In questo momento, durante il quale tento di riempire questi spazi bianchi per placare il groviglio di sentimenti e di pensieri che ho dentro, vorrei raccontare di Nadia come persona. Almeno per come ho avuto la ventura di conoscerla. Dal timore reverenziale (presto svanito grazie al suo sorriso) della prima volta che l’ho vista al piacere, sempre rinnovato, delle innumerevoli volte che, a Runate come in altri luoghi, ci siamo incontrati.

Nadia aveva tante doti ma quella che, per prima, spiccava era la sua empatia. Che passava dallo sguardo dolce, dalla voce pacata, dall’espressione affettuosa. Non si poteva non volerle bene da subito: perché nei suoi modi, gentili e semplici al contempo, si percepiva tutta la verità di questo mondo. Mi ha sempre colpito la sua capacità di cogliere, anche negli aspetti minuti, insegnamenti e spunti di riflessione: sì legati al suo lavoro, ma anche e soprattutto riferiti alla frenesia dei tempi nei quali viviamo e alla superficialità alla quale ci condanniamo, in una povertà di pensiero che è specchio di povertà di sentimenti.
Profondamente credente, Nadia non ha mai smesso di porsi quelle domande che fanno la differenza fra chi vive la vita e chi la trascorre. Nelle tante conversazioni che abbiamo avuto, talvolta scherzose, talaltra più serie, c’erano sempre degli interrogativi: che cosa stiamo facendo? Che cosa lasciamo a coloro che verranno dopo di noi? Che cos’è davvero l’autenticità? Qual è il nostro significato? E se il cibo e la cucina erano da lei spesso utilizzati come metafora, ancora più spesso – anzi sempre – oltre quella metafora c’era la vita tutta, nella sua complessità: la famiglia e il lavoro, le soddisfazioni e le preoccupazioni, la gioia e i momenti difficili.
Io ho sempre pensato, e continuo a farlo, che per Nadia quella complessità (del mondo e delle nostre vite) non sia stata una sfida: un qualcosa da domare. Ma un qualcosa a cui dare un senso. Attraverso la pacatezza. Attraverso l’abnegazione. Attraverso la diligenza. In un impegno quotidiano teso a fare sempre un po’ meglio. Quel meglio che segna la differenza decisiva fra ciò che è banalmente facile e ciò che è complessamente semplice. Ecco, Nadia ha mostrato al mondo la grande, somma bellezza della semplicità. Lo ha testimoniato con il suo lavoro. Ma soprattutto lo ha testimoniato con la sua vita.

I suoi insegnamenti (uso questo termine, anche se Nadia si sarebbe schermita) sono così potenti perché lei stessa era al contempo dolce e forte. Aveva una gentile determinazione nell’esprimere il proprio pensiero: soprattutto quando era ‘controcorrente’. Perché la forza non si dimostra semplicemente dicendo il contrario, ma argomentandolo con profondità.
Ora tanti ricordi, aneddoti e immagini mi rendono Nadia più presente che mai: come quella volta, tanti anni fa, in cui lei e Antonio mi portarono in cucina per mostrarmi un magnifico luccio che era stato acquistato per me. O come, in tempi recenti, una riflessione, fatta per telefono, sul tema dell’educazione alimentare dei bambini come educazione alla conoscenza.
Pensando a lei, la vedo ancora, e sempre la vedrò, custode del focolare di quel microcosmo che è Dal Pescatore. È in questo luogo magico che ho imparato, da persone straordinarie, quanto sia vera l’affermazione di Balzac secondo il quale «l’arte null’altro è che la natura concentrata». Non c’è bisogno di artifizi: non in una ricetta, se si vuole apprezzare la bontà di una grande materia prima. Non in un piatto, se si vuole comprendere il territorio e la storia. E, soprattutto, non in una persona, se ci si vuole donare agli altri. E Nadia, con il suo sorriso, così ha sempre fatto: in un esempio di vita, che è adesso ricordo, che è adesso viva presenza. Grazie, Nadia, per tutto quello che ci hai insegnato!