CopertinaAmbonnayRouge2022Egly-Ouriet

– di Gianluca Montinaro

Un rosso in Champagne? Sembra un paradosso. Non lo è. Prima di diventare la terra delle bollicine, la Champagne è stata una regione di vini fermi, quelli che in francese si chiamano Coteaux Champenois. Già nel Medioevo erano apprezzati alle corti di Francia e d’Inghilterra, e ancora tra Cinque e Seicento il re Enrico IV ne fu un convinto estimatore. Negli anni Sessanta del Seicento Charles de Saint-Évremond, esule a Londra, li fece conoscere all’alta società inglese. Poi, nel Settecento, la moda cambiò. A Versailles la Borgogna ebbe la meglio, la bollicina prese il sopravvento e i vini fermi finirono in secondo piano. Tant’è che soltanto nel 1974 sono stati riconosciuti come appellation autonoma.

I vitigni sono gli stessi dello Champagne: Pinot Nero e Pinot Meunier per i rossi e i rosati (per questi ultimi esiste un’appellation a parte, il Rosé des Riceys, ristretto alla sola zona di Riceys, nell’Aube), Chardonnay per i bianchi, nella stessa area di produzione. Il rosso si ottiene con la macerazione delle uve sulle bucce (usando accorgimenti simili a quelli adottati in Borgogna) e i più noti vengono da villaggi Grand Cru, come Bouzy e Aÿ. Il problema però è il clima. Siamo a circa quarantanove gradi di latitudine Nord, in una delle zone più fredde d’Europa per la vite: il Pinot Nero fatica a maturare, e il vino resta magro, acido, verde. Per questo la produzione è minima (circa centomila bottiglie l’anno), e le uve migliori vanno quasi sempre allo Champagne, che rende molto di più.

Oggi il Coteaux Champenois è tornato di moda. Il riscaldamento climatico ha aiutato, e molti produttori ci provano. Quasi tutti con risultati modesti: vini esili, acerbi, con un legno che tenta di rimediare a ciò che la vigna non ha dato. Quelli davvero buoni sono tre. La Côte aux Enfants di Bollinger, ad Aÿ, da una vigna così ripida che un tempo vi potevano lavorare soltanto i bambini. L’Hommage à Camille di Louis Roederer, da un ettaro di Pinot Nero piantato nel 2002, quando lo chef de cave Jean-Baptiste Lécaillon pensava che un giorno la Champagne avrebbe potuto produrre anche rossi. E il sublime Ambonnay Rouge di Egly-Ouriet.

Egly-Ouriet conta circa dodici ettari, per due terzi a Pinot Nero, e vinifica in legno dal 1995. Ambonnay Rouge Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes nasce da una singola parcella di Ambonnay, subito sotto Les Crayères, con viti di oltre sessant’anni. È esposta a Sud, su un suolo più ricco di argilla del solito, ideale per un vino fermo. Poco sopra, a Les Crayères, il suolo è invece sottile (una trentina di centimetri) su un gesso profondo decine di metri.

Pinot Nero in purezza, Ambonnay Rouge Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes è senza dubbio il più ‘borgognone’ fra tutti i vini fermi prodotti in Champagne. Fermenta con lieviti indigeni, con una parziale diraspatura. Poi riposa ventidue mesi in barrique (il 30% nuove) e viene imbottigliato a mano direttamente dalla botte, senza chiarificazione né filtrazione. Una bottiglia che è una rarità: per l’annata 2022 (che è stata ottima, per via della calura) le bottiglie sono state 3.100, più 350 magnum.

Nel bicchiere Ambonnay Rouge Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes si propone di un rubino brillante e trasparente, con leggerissimi riflessi granati. Il naso è sontuoso: lampone, mora, mirtillo, cassis, note di frutta scura a polpa, e poi fiori di campo e di rosa, una spezia leggera e, su tutto, un magnifico sentore minerale che ricorda vagamente il carbone. Il sorso è pieno e setoso al contempo, richiamando alla mente l’eleganza sofisticata dei migliori Chambolle-Musigny. Fresco, mediamente calorico e mediamente pseudocalorico, seduce con la sua sapidità prorompente che allunga il sorso in un finale inebriante e senza fine.

  • Champagne Egly-Ouriet
  • Rue Trépail, 15
  • Ambonnay
  • Francia
  • Tel. +33.3.26570070