CopertinaBartolo2006

di Gianluca Montinaro

C’è chi la tradizione la difende a parole, e chi la difende con un’etichetta dipinta a mano. Bartolo Mascarello (1927-2005) scelse la seconda strada, ed è per questo che il suo nome, ancora oggi, pesa nella storia del Barolo più di ogni altro.

Ma la storia inizia prima della nascita di Bartolo. Principia nel 1918 quando il papà di Bartolo, Giulio, rientra dalla Prima Guerra e lascia la Cantina sociale e si mette a vinificare in proprio le uve. Già sulle sue prime etichette compare lo stemma del torrione che ancora oggi contraddistingue le bottiglie di famiglia. Da allora tre generazioni si sono succedute in via Roma, nel cuore del paese di Barolo: da Giulio, che tramanda il mestiere, a Bartolo, che ne fa un’intera visione del mondo, fino a Maria Teresa, che dal 2005 – anno della scomparsa del padre – ne custodisce l’eredità senza concedere nulla: né alle mode né ai modi della modernità (tanto per dire: la cantina, per scelta dichiarata, non ha neppure un sito internet).

La ‘filosofia’ di Bartolo è nota: lui non ha mai creduto in un Barolo da cru unico: le uve provengono da quattro vigneti storici – Cannubi, San Lorenzo, Rué e Rocche dell’Annunziata, quest’ultimo a La Morra – assemblati ‘alla maniera langarola’ in un solo vino, capace di restituire l’equilibrio della denominazione più che la firma di un singolo appezzamento. L’affinamento avviene nelle grandi botti di rovere di Slavonia: una scelta che per Bartolo non era tecnica ma ideologica: la difesa di un Barolo che si fa in vigna e non in cantina. Tant’è che, negli anni Novanta, quando i cosiddetti Barolo Boys inseguivano legni nuovi e concentrazioni alla francese, Bartolo rispose con un’etichetta dipinta di suo pugno: «No Barrique No Berlusconi», nella quale idealmente il vino e la politica diventavano, nella sua visione, la stessa battaglia contro l’omologazione.

Per anni quella posizione gli costò l’indifferenza. Ma, si sa, il tempo è galantuomo. E la Storia giudice sovrana: quell’indifferenza lentamente si trasformò in interesse. E in tempi più recenti in unanime acclamazione. È vero, Bartolo non c’è più; ma è più presente che mai: il punto fermo a cui si guarda per misurare quanto un Barolo possa restare fedele a se stesso.

Il 2006 (che l’Enoteca Regionale del Barolo classifica come ottima annata: ben strutturata, equilibrata in ogni sua componente, con tannini e acidità ben presenti e una lunga prospettiva di invecchiamento) fu caldo, con una vendemmia anticipata. Ma il Nebbiolo di Maria Teresa non ne uscì appesantito: mantenne quel registro di ‘medio peso’ classico della casa, senza cedere alla tentazione della potenza a ogni costo. A distanza di vent’anni (la bottiglia venne acquistata direttamente in cantina, dalle mani di Maria Teresa: chi scrive allora aveva venticinque anni e ricorda con emozione quella visita e il tempo passato con la signora Mascarello) quel Barolo si propone ancora di purezza quasi didattica. Rosso granato luminoso. Naso è ampio e stratificato, tra frutto rosso scuro, rosa e viola appassita, leggerissime sensazioni di tartufo e una speziatura sottile che richiama il tabacco. In bocca la trama tannica è setosa più che austera, sorretta da un’acidità viva che allunga il sorso senza mai indurirlo: elegante, raffinato, chiuso da un finale lungo, pulito, quasi balsamico e rinfrescante. Un vero capolavoro!

  • Cantina Bartolo Mascarello
  • Via Roma, 15
  • Barolo (Cn)
  • Tel. 0173.56125