– di Gianluca Montinaro
Non si discute il fascino del luogo: una eclettica villa-castello degli inizi del Novecento, alta sulla scogliera della baia di Mont-Saint-Michel, con una vista magnifica che giunge fino alla millenaria abbazia, che si staglia sulla linea dell’orizzonte. Né si discute (al netto di un paio di grossolanità) la simpatia e la cortesia del servizio. Né si discute la selezione dei vini che, seppur non ampia e un po’ sconclusionata, offre comunque un buon novero di bottiglie, molte delle quali anche a prezzi inferiori a 100 euro (quasi un unicum per un locale d’Oltralpe). No, ciò che si discute di Le Coquillage (a Saint-Méloir-des-Ondes, piccolo paesino a pochi chilometri da Cancale e da Saint-Malo, in Bretagna) è la cucina. Sì, perché la tavola gourmet di questo affascinante albergo – di proprietà della famiglia Roellinger e condotta da Hugo, figlio del grande Olivier – appare a tratti confusa e irresoluta.

La ‘filosofia’ (si usa questo termine per mera convenzione: perché in realtà l’ambito della filosofia non è la cucina… checché ne dicano sedicenti e ridicoli «filosofi del cibo») di Le Coquillage sarebbe – e il condizionale si usa non a caso – quella di ‘raccontare’ i profumi e i gusti dell’oceano, valorizzandoli grazie all’utilizzo di spezie e mélange di spezie di produzione maison (come è noto Olivier Roellinger, dopo aver chiuso nel 2008 per motivi di salute il suo ristorante, La Maison de Bricourt, si è dedicato a implementare Épices Roellinger, progetto che idealmente si ricollega al fiorente commercio di droghe d’Oriente che, nei secoli passati, animava il porto di Saint-Malo).

Lo iodio degli abissi e la salsedine delle spiagge, il pre-salé del bocage (la brughiera delle coste francesi che affacciano sulla Manica) e la pesante dolcezza del palustre dovrebbero – quindi – incontrarsi in piatti evocativi e dal forte impatto emozionale, capaci di tratteggiare una dimensione ideale della Bretagna. Nei fatti, purtroppo, non è così. La sequenza delle portate – solo di pesce (la carne qui è bandita), offerte in un unico menu degustazione (a 275 euro, o a 215 in versione short) – è sì a volte virtuosistica per tecnica. È sì a volte inconsueta per abbinamenti. È sì a volte straniante per complessità di ingredienti. Ma in nulla è emozionante. Appare invero come un freddo esercizio di stile: noioso, senza anima e, cosa peggiore, senza radici.

L’emozione che si prova per il luogo e per il paesaggio rimane fuori dai ristretti confini della tavola: annullata com’è fra spume e salsette, infusi e aceti, che distruggono quel poco di materia prima che c’è sui piatti. Già, perché di ingrediente se ne mangia davvero poco. E la riprova è che le pietanze assomigliano più a tapas che a plat veri e propri: e che l’unica portata che prevede l’utilizzo di forchetta e coltello è solo l’astice in tre servizi: alla fiamma con salsa XO su fondo allo Sherry con vaniglia e cacao del messico; crudo con foglie di amaranto; le sue pinze grigliate alla fiamma con venticinque spezie (mélange suya piccante e affumicato) e uova di trota.

Interessanti sono anche lo scampo avvolto nei fiori e nel polline con pepe, pepe Sansho e schiuma di idromele bretone, e la sua testa gratinata farcita delle sue pinze e del suo corallo. La granseola con pepe Neelamundi, finger lime, la salsa del suo corallo con olio di tagete (davvero buona). E il confortevolissimo e sontuoso rosso d’uovo coulant con caviale, pisellini, succo di bucce di pisellini e olio di fico.

Fra il tedioso e l’incomprensibile (perché sbilanciati sull’acido, troppo elaborati e speziati, e – in ultima analisi – ben poco piacevoli e gustosi) si rivelano gli altri piatti: i tre miseri filettini di orata in stile sashimi con polvere di sommaco, ribes rosso e ribes nero, da intingersi in un brodo di aceto di ribes rosso e olio di ribes nero con fiore di Agastache. Le tre ostriche semicotte in una vinaigrette all’angelica (olio, aceto di sidro, senape, semi di angelica) con pepe, mandorle fresche e alghe, ‘annegate’ in infuso di latte di mandorla con champignon, koji e trombette, burro nocciola e olio kombu grigliato. La triste seppia alla fiamma con salsa dei suoi tentacoli, erbe marine, cardamomo nero e «condimento cappuccino». Insoddisfacenti (per i medesimi motivi) pure i dolci: il cono di mousse di fieno grigliato con lievito grigliato, piselli spezzettati, marshmallow grigliato e aceto all’albicocca. Il gelato all’alga Laminaria digitata con caviale, polvere di alghe nocciola, cappasanta seccata e maturata un anno grattugiata e caramello salato. Il sorbetto al lampone con peperoncino Habanero, polvere di lampone e meringa alle erbe.

In chiusura un paio di riflessioni.

La prima. Il territorio si può raccontare in due modi: quello della tradizione. E quello della genialità. Se gli esempi nel primo campo possono essere molteplici, e di enorme valore, nel secondo sono davvero pochissimi i cuochi che sono stati capaci di cogliere gli elementi essenziali connotanti un luogo e di trasferirli su un piatto. Uno dei pochi è Mauro Uliassi che – peraltro – proprio con il medesimo orizzonte (mare, palude, colline…) di Hugo Roellinger si misura. Nei piatti di Roellinger si ritrovano – in effetti – vaghi echi uliassiani, ma come di maniera: deformati per non ‘comprensione’ (o – peggio – per non adeguata ‘riflessione’).

La seconda. Hugo Roellinger (classe 1988) pare vivere, come i suoi colleghi César Troisgros (1986) e Frédéric Blanc, una ‘sindrome da affrancamento’. Queste seconde generazioni, con padri importanti e ingombranti che hanno reso grande la cucina d’Oltralpe con i loro piatti sempiterni, paiono non riuscire a trovare una propria strada. E nella loro fuga nell’incomprensibile e nel provocatorio (le nauseanti acidità di Troisgros jr.; gli speziati ‘miscugli’ al coriandolo di Blanc jr.; le iodate acidità di Roellinger jr.) sembra quasi di riscontrare una sorta di ‘ribellione’ alle regole paterne, improntate invece a sostanza, concretezza e piacere.

È un errore pensare di poter sostituire all’equilibrio classico un anarchico ‘decostruzionismo gustativo’ senza radici. Le contorsioni e le elucubrazioni rischiano di portare alla confusione più che alla chiarezza. Con il pericolo di scivolare verso il baratro del nulla.
- Hotel Château Richeux – Le Coquillage
- Località Château Richeux
- Saint-Méloir-des-Ondes
- Francia
- Tel. +33.2.99896476
- www.maisons-des-bricourt.com
- info@roellinger-bricourt.com
- Turno di chiusura: lunedì; domenica
- Ferie: variabili















