CopertinaLahayeRosédeSaignée

di Gianluca Montinaro

C’è ancora, nella Champagne, un pregiudizio duro a morire: quello che vuole il Rosé un vino minore, una variazione decorativa sul tema dei più nobili Blanc de Blancs o Blanc de Noirs. A Bouzy, uno dei pochi Grand Cru della regione, quel pregiudizio non ha mai attecchito. Anche perché qui il ‘vitigno principe’, il Pinot Noir, non è soltanto uva da assemblaggio ma ‘materia prima’ di un vino rosso fermo, autonomo e storico. Ed è proprio a Bouzy che Benoît Lahaye conduce dal 1993 l’azienda fondata dal bisnonno nel 1898: quinta generazione di una famiglia che ha fatto della continuità la propria cifra, tanto che dal 2014 anche i figli di Benoît lavorano oggi in vigna e in cantina.

Poco meno di cinque ettari, età media dei ceppi fra i trentacinque e i quarant’anni, distribuiti fra Bouzy, Ambonnay, Tauxières e Voipreux: un mosaico piccolo ma denso, condotto in biologico dal 2003 e in biodinamica dal 2009, fra tisane, rame, zolfo e – dettaglio che dice molto della filosofia della maison – il cavallo al posto del trattore per i suoli più delicati. Se la Champagne contemporanea si divide fra grandi case votate all’assemblaggio su larga scala e vigneron-récoltant che rivendicano un ‘vino di luogo’, Lahaye appartiene senza ambiguità alla seconda categoria, e ne è oggi una delle voci più autorevoli.

Lo stile della casa si riconosce a naso e bocca ancora prima che in etichetta: vini vinosi, quasi rossi nella struttura, eppure mai pesanti, sorretti da una tensione acida che li rende leggeri e cristallini. Fermentazioni spontanee, ricorso al legno, dosaggi minimi, raccontano un approccio non interventista, nel quale il compito dell’enologo somiglia più a quello di un traduttore fedele che a quello di un compositore.

È in questo quadro che si colloca il Rosé de Macération, ottenuto dal Pinot Noir della vigna Les Juliennes, cru di Bouzy. La tecnica è quella, antica e rischiosa, della macerazione: i grappoli interi restano a contatto con le proprie bucce per due o tre giorni, cedendo colore, tannino e aromi prima della pressatura diretta. È un metodo che pretende dalla materia prima una qualità ineccepibile, perché non lascia nulla da correggere in cantina: il vino, letteralmente, si fa da solo, e ogni imperfezione della vendemmia vi resta impressa. Il mosto fermenta e conclude la malolattica per metà in anfora e per metà in botti di rovere da trecento litri, prima di un affinamento sui lieviti mai inferiore ai ventiquattro mesi. Il dosaggio, appena 2-3 grammi per litro, colloca il vino nella categoria dell’Extra Brut.

Nel calice si presenta di un rosa carico, quasi salmone acceso, che già anticipa la vinosità del sorso. Il naso, talvolta sin troppo ritroso, è un concentrato di piccoli frutti rossi (fragola, lampone…) attraversato da una nota di rosa appassita e da uno spunto di chinotto. In bocca rivela la propria natura più vera: vinoso, sapido, più teso che ampio, con un tannino sottile che ne allunga il finale. Non è un vino d’aperitivo, ma un Rosé da tavola: può piacere, può piacere meno. Ma è certo una bolla di estremo carattere.

  • Champagne Benoît Lahaye
  • Rue Jeanne d’Arc, 33
  • Bouzy
  • Francia
  • Tel. +33.3.26570305