Copertina Maury '80 Mas Amiel

– di Gianluca Montinaro

La storia della cantina Mas Amiel comincia, più di due secoli fa, in modo assai curioso. Fu Raymond Etienne Amiel, ingegnere des Ponts et Chaussées, a vincere a carte nel 1816 il domaine di Goudous – dieci ettari di vigna nella valle dell’Agly – dal vescovo di Perpignano. Lo ribattezzò con il proprio nome, trasmettendolo ai suoi discendenti che, passata la fillossera, lo vendetterò alla famiglia Gouzy (che ne ripiantò i vigneti). Dal 1907 la proprietà appartenne ai Dupuy, che la condussero per gran parte del Novecento. Fino al 1999, quando venne rilevata da Olivier Decelle (già fondatore dei surgelati Picard) che ne ha fatto una delle firme più solide di Maury, con ben 155 ettari di vigneto.

Maury è una delle appellation più antiche del vino dolce naturale francese, riconosciuta nel 1936. Un territorio arido e ventoso (a Nord di Perpignano) la cui particolarità è il suolo, ricco di scisti neri. Qui la Grenache matura fra le temperature più alte del Roussillon. E l’ossidazione tipica di questi vini, cercata e voluta, quella che porta al rancio, non è un difetto da correggere ma la cifra stilistica di un’intera tradizione, praticata già da secoli nei monasteri e nelle cantine di paese.

Sotto la guida di Decelle, il domaine Mas Amiel converte l’intera produzione al biologico nel 2017 e alla biodinamica nel 2020, mantenendo però pratiche che altrove sarebbero considerate arcaiche: la vendemmia manuale, con oltre cento raccoglitori nelle settimane di settembre, e il lavoro a cavallo nelle vigne più vecchie, dove il trattore non passa.

Il millésime ’80 nasce da un uvaggio di Grenache al 90%, Maccabeo e Carignan al 5% ciascuno. Dopo la mutizzazione (ovvero aggiunta di una piccola percentuale di alcol etilico che blocca la fermentazione) sulle vinacce e una macerazione di trenta giorni, il vino trascorre un anno in damigiane di vetro (bon bon) esposte all’aperto, dove l’escursione termica e l’ossigeno avviano quel lavoro lento che a Maury chiamano semplicemente rancio; segue oltre un quarto di secolo in botti di rovere da 350 ettolitri, alcune delle quali centenarie.

Nel bicchiere ’80 si propone di un colore mattone acceso, con riflessi color caffè. Al naso il cacao amaro precede il fico secco e una nota di menta e di iodio che allontana ogni sospetto di stanchezza. In bocca l’attacco è franco, sorretto da un’acidità che a distanza di oltre quarant’anni resta sorprendentemente viva, mentre il fico e il mallo di noce accompagnano un finale lunghissimo, in grande equilibrio fra alcol, zucchero residuo e freschezza.

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